D: Matteo, prima di entrare nel cuore del progetto: chi sei come artista e come persona oggi? Come racconteresti la tua storia e ciò che ti spinge a cercare attraverso l’arte?
M: Credo di essere, molto semplicemente, la somma di tutte le esperienze che ho vissuto e, soprattutto, quelle che non ho vissuto, ma che, in qualche modo, continuo a desiderare. Non separo la persona dall’artista. Convivono, tra alti e bassi, con difficoltà e moderati stati di felicità, ma stanno insieme. Prima di fare l’artista ho avuto un periodo piuttosto lungo di lavoro aziendale, che mi ha accompagnato alla decisione di dedicarmi esclusivamente all’arte. Le ragioni di questa scelta sono molto complesse e sono una parte molto intima della mia vita che non amo mettere in pubblico. Quello è il luogo dove abitano le mie opere.
D: La tua pratica si muove tra linguaggi diversi e sempre con un’attenzione particolare all’ambiguità del significare. Se dovessi condensare oggi la tua poetica, quale principio guida riconosci come costante e quale senti invece in trasformazione?
M: Il fulcro del mio percorso è certamente la relazione che cerco con il pubblico e l’opera è lo strumento che utilizzo per entrare in contatto con gli altri. Da sempre il mio tentativo consiste nel sottrarre il surperfluo per generare oggetti (le opere) che siano il più incisivi e inclusivi possibile. Quello che realmente mi interessa è poter attrarre le persone con linguaggi semplici (non banali) per spingerle poi in direzioni diverse e, spesso, opposte al primo significato. Capita di riuscirci, ma anche no. Quando accade il fruitore dimentica il punto di partenza. Quello fa dell’opera un’opera riuscita.
D: Nel corso degli anni hai costruito un vocabolario artistico riconoscibile. Quali sono le radici culturali, biografiche o visive che hanno orientato questa sensibilità nel tuo modo di guardare il mondo? C’è qualcosa che ancora oggi ti sorprende di questo percorso?
M: Se non mi sorprendessi, probabilmente, non continuerei a fare questo lavoro. Quello che accade, nel mio caso, è che non so mai dove stia andando o cosa stia cercando. Semplicemente, l’idea mi viene incontro e io la accolgo. Di certo c’è solo il bisogno di continuare a farlo. Con pazienza e accettando tutti i fallimenti che naturalmente incontro. Qualcuno, tempo fa, disse che non c’è altro modo di scoprire i limiti di ciò che è possibile se non andando un po’ oltre l’impossibile. Forse questo cerco di fare. Come già detto, sono la somma di tutto, così delle letture, dei viaggi, dei film, delle opere (soprattutto quelle degli altri), delle persone incontrare… non riesco a distinguere nettamente le influenze.
D: La tua ricerca è attraversata dal linguaggio, dal paradosso e da una forma di ironia che spesso rivela un dubbio laddove sembrava esserci una certezza. Come si innesta questo progetto -che ti chiede di ascoltare anziché enunciare- nel tuo modo di intendere l’atto artistico?
M: Mi lascio abbracciare dall’idea. La accolgo. La modifico, la plasmo e il risultato è l’opera. Certo, così facendo, la traduco attraverso il mio vissuto e, in qualche modo, la rovino, ma questo è. Il dubbio è fondante. I miei lavori non sono mai delle verità. È un aspetto del dialogo che mi interessa poco. Quello che trovo stimolante, invece, è proprio il cortocircuito che si può generare spostando una virgola, aggiungendo un accento. Micro-variazioni che, a cascata, generano grandi cambiamenti di significato. Questo, però, si può realizzare anche senza l’utilizzo delle parole e, a dire la verità, le opere a cui sono più affezionato, forse, non ne contengono affatto.
D: Il progetto interroga il confine come luogo simbolico e concreto, come soglia fragile tra identità e alterità, tra memoria e futuro. Come definiresti oggi la tua percezione personale del confine, sia nella vita che nella tua pratica artistica?
M: Il confine per me non è un limite, non è preciso. Non è una retta che taglia o separa qualcosa. Lo vivo più come luogo aperto, di dialogo. Una possibilità, dove l’altro e l’io convivono. Ciascuno a modo loro, sono generatori di vita. Nel presente sopravvive il passato, ma anche o, soprattutto, il futuro (non certo come destino, ma come attesa e stimolo). Le opere non sono solo una istantanea dell’idea, ma il loro punto di approdo e di partenza.
D: C’è un ricordo, un’immagine, un istante che per te incarna in modo emblematico il concetto di confine e che, in qualche modo, ritorna anche in questo lavoro?
M: Un abbraccio.
D: L’arte partecipativa porta con sé complessità etiche, estetiche e relazionali. Nel tuo dialogo con i gruppi coinvolti, come hai negoziato la distanza tra il tuo ruolo di artista e la necessità di accogliere parole, fragilità e storie che ti venivano offerte?
M: Non c’è stata alcuna distanza e nemmeno una complessità (nel senso negativo). Direi piuttosto una straordinaria complicità. Come diceva il poeta argentino, “i nostri nulla differiscono di poco ed è banale la coincidenza per cui tu sia il lettore e io l’estensore di questi esercizi”. Questa cosa l’ho fatta mia moltissimi anni fa e mi sono sempre messo nella posizione di essere fruitore dell’esperienza che metto in atto, anche quando ne sono l’artefice. Certamente, in questo caso, come in altri, non mi sono sottratto alla responsabilità di essere l’artista che chiedeva una partecipazione, ma lasciando la massima libertà alla volontà di ciascuno.
D: Nel confronto con i partecipanti hai attraversato emozioni, silenzi, memorie, vulnerabilità molto diverse. C’è stato un momento, un gesto o una parola che ti ha toccato più profondamente e che ha modificato il tuo modo di ascoltare o di restituire artisticamente ciò che hai ricevuto?
M: Non mi sento di sottolineare nessun momento specifico, perché altrimenti ne escluderei altri. Ogni movimento, ogni istante è stato formativo, esattamente come gli spazi tra le parole determinano la forza delle parole stesse. Del resto, questo tipo di esperienza è stata soprattutto legata all’ascolto e all’accoglimento, senza alcun tipo di giudizio. Ogni parola regalata, ogni disegno espresso sono stati un dono. Io li ho semplicemente messi insieme.
D: Tradurre una pluralità di voci in un’installazione pubblica significa selezionare, sottrarre, comporre. Come hai lavorato per trasformare questa eterogeneità in una forma visiva essenziale, ma carica di significato?
M: In realtà, il lavoro è stato fatto prima degli incontri. Abbiamo deciso insieme a QUI ALTROVE come avremmo strutturato il lavoro e l’installazione, lasciando però completamente aperto il suo svolgimento, il suo contenuto. In pratica, abbiamo preparato una tavolozza bianca sulla quale ciascun partecipante avrebbe realizzato il proprio intervento. Trasformare la pluralità degli interventi in un corpo unico è stato molto semplice perché abbiamo evitato qualsiasi giudizio (sia di natura estetica che concettuale). Questo ha semplificato enormemente la composizione degli elementi. L’opera vive della forza di ciascun partecipante.
D: Il luogo che ospita la restituzione, The Circle, non è un contenitore neutro ma uno spazio con una sua energia, una sua storia e una sua intenzione. In che modo questo luogo ha influenzato -se l’ha influenzata- la tua progettualità? Che tipo di dialogo si è instaurato tra lo spazio, l’associazione e il materiale concettuale raccolto dai gruppi?
M: Lo spazio influisce sempre sul progetto espositivo. Ne diventa, anzi, elemento integrante. In questo caso specifico, fin dall’inizio, ho individuato le diverse zone della galleria che avrebbero ospitato i tre lavori installativi, lasciando completamente libero il nucleo centrale. La scelta di utilizzare il plexiglass per accogliere i disegni (che poi si sono rivelati molto spesso essere delle frasi) è stata determinata dalla volontà di poterli poi eventualmente utilizzare in modo riflesso. Trasmettere le parole senza soluzione di continuità utilizzando un monitor è pratica che utilizzo da molto tempo e accoglie perfettamente l’idea di non giudicarle in alcun modo.
D: Che tipo di esperienza vorresti generare nel pubblico? Un attraversamento, una sospensione, una domanda? Cosa speri accada, anche solo per un istante, in chi incontra l’opera e visita la mostra?
M: Pur essendo il pubblico sempre al centro del mio impegno creativo, non mi pongo mai il problema di guidare la sua reazione. Quello che faccio è affidargli il mio lavoro perché, in qualche modo, lo completi attraverso la fruizione o anche la semplice presenza. Certamente, davanti all’opera le reazioni saranno diverse ed è vano il tentativo di prevederle tutte. “Un attraversamento, una sospensione e una domanda” sarebbero un risultato già straordinario.
D: Che cosa ti lascia—come artista e come persona—questo processo condiviso? In che modo pensi possa influenzare la tua ricerca futura?
M: Credo che scoprirò la forza e l’intenzione di questa esperienza tra un po’ di tempo. È stata certamente ricca di incontri inaspettati, di sorprese, di difficoltà e di talmente tante altre cose che ora proprio non riuscirei a descriverle. È un mattoncino che si somma agli altri e che contribuisce a fare di me quello che sono e che sarò. Gli sguardi delle persone, i loro desideri (espressi attraverso i disegni e le parole o, semplicemente, i silenzi) me li porto dietro e li conservo con molta gelosia.